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    SCENE DI VITA SCOUT - I campi nazionali CNGEI e UNGEI del 1848
    tratto da "Il Pellicano Pataccaro" num. 112 del 2013

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    RICORDI PERSONALI DEL JAMBOREE DI MOISSON 1947
    di Nando Paracchini

    Nando Paracchini è stato un capo storico del Milano 1, e Capo del mitico Clan La Rocchetta dopo il periodo de "la giungla silente". Ha prestato servizio come Capo campo ai campi scuola di Branca Rover. Attualmente ha fortissimi legami con l'Ente Educativo "Mons. A. Ghetti-Baden", con il Masci per il quale scrive su "Strade Aperte" e con l'Agesci lombarda e piemontese.
    Pubblichiamo questa sua memoria della sua partecipazione al Jamboree Mondiale del 1947 a Moisson, Francia, il cosidetto "Jamboree della Pace", per l'interessante contributo storico che offre sullo scautismo italiano della rinascita, sullo scautismo mondiale e del Jamboree stesso.


    Questi ricordi sono volutamente definiti personali, proprio in quanto intendo raccontare la mia esperienza di Zeta (v. più avanti Il significato di questo termine), escludendo quegli aspetti che già altri hanno descritto o che sono comunque presenti nelle cronache dell'avvenimento.
    All'epoca avevo giusto 20 anni e, quale figlio di emigranti del secondo periodo (l'emigrazione italiana in Francia si suddivide generalmente in tre periodi: il primo tra la fine del '800 e l'inizio di questo secolo, il secondo degli anni venti e trenta, il terzo dopo la seconda G.M.), abitavo in Francia. Avevo saputo della rinascita dello 5coutismo in Italia da mio cugino Livio che era entrato nell'ASCI subito dopo la Liberazione e poi. anche da uno scout italiano di Fino Mornasco, certo Teo Cavadini, ex. Aquila Randagia, emigrato in Francia (all'inizio del terzo periodo) per scelta personale più che per necessità, che avevo incontrato per caso su un autobus parigino, riconoscendolo come scout italiano perché portava il giglio dell'ASCI al risvolto della giacca.

    LA PREPARAZIONE
    Sulle riviste scout dell'anno precedente al Jamboree appar¬vero ripetute richieste di volontari per i più vari servizi previsti. Con questo Teo, che nel frattempo era entrato an¬che lui nel Clan Scout de France a cui appartenevo, decidem¬mo di offrirci per fare il servizio di interprete al Jambo¬ree, nella speranza di entrare in contatto con il rinato scoutismo italiano.
    Dato il nostro nome alla Sede Centrale degli SDF siamo en¬trati a far parte di una certa "Equipe" (sul momento non meg1io definita) che, ho ricostruito poi, nasceva da una preesistente pattuglia di specializzazione non so più in che tecnica, nata in un Clan parigino e poi ampliatasi ai Routier della Regione. Infatti sulla scia del "service par la spécialité" (un in¬dirizzo della Branca Rover SDF, sviluppatosi negli anni a cavallo sulla guerra) erano sorte diverse pattuglie di spe¬cializzazione in varie tecniche, in un primo tempo destinate ad assistere le Branche "minori" nelle varie tecniche e specialità. Queste pattuglie hanno poi avuto il loro momento di massima utilità, basata su una competenza acquisita in anni di esperienze e di frequenti esercitazioni, nell’organizzazione del Jamboree del '47. Citerei quale esempio un caso allora noto, "L'Equipe Colbert” (dal nome di un noto primo ministro dell'epoca della monarchia) che era diventata uno dei gruppi che sono stati impiegati nei compiti di preparazione del raduno, e alla quale fu poi affidata la gestione di tutti i trasporti del Jamboree.
    Il che non è poco, se si pensa che si trattava di una "città", seppur provvisoria, di ben 50.000 abitanti compresi i servizi (i dati ufficiali sono: 30.000 gli scout partecipanti al raduno, 15.000 gli impegnati nei servizi e nelle attività collaterali, circa 5000 ogni giorno i visitatori). Nella nostra pattuglia, che comprendeva inizialmente i candidati interpreti nelle varie lingue, eravamo abbastanza numerosi. Ne facevano parte rover e capi per il servizio di interprete e scolte e cheftaines per altri compiti che non ricordo. Nelle prime riunioni ci venne spiegato l'organiz¬zazione prevista per il Jamboree con particolare riguardo agli enti di Servizi previsti, di cui eravamo parte inte¬grante.
    Venne anche precisato che il nostro compito non si limitava al ruolo di interprete ma, pur considerando indispensabile la conoscenza della lingua interessata, dovevamo costituire il collegamento tra lo Scautismo Francese e le Delegazioni del vari Paesi partecipanti e dovevamo assicurare loro una completa assistenza in molti campi. Infatti non saremmo stati denominati "interpreti" ma bensì "aides" (aiutanti) e, tramite un orrendo gioco di parola, eravamo ufficialmente chiamati Zeta: in francese Zède, dal plurale "les aides", che con la "liaison" può fare "les zèdes", da cui al singolare "zède" come la lettera Z nell'alfabeto francese! E perciò tradotto Zeta in italiano.
    Dopo i primi incontri collegiali il gruppo venne diviso per lingue e nazioni presso le quali doveva avvenire il nostro servizio di Zède. Della pattuglia italiana facevano parte in totale, compresi Teo ed io, una decina di persone prove¬nienti dai vari Clan di Parigi e della Regione circostante, l'Ile de France. Dopo più di cinquant'anni i loro nomi non mi sono più presenti alla memoria, ma ricordo che vi erano alcuni figli o nipoti di nostri emigranti e qualche francese che sapeva la nostra lingua. In particolare ricordo uno che era protestante e un altro il cui padre era un fuoruscito politico che era poi stato ucciso dai fascisti italiani in Francia; sua madre, forse in compenso, faceva parte del personale dell'ambasciata italiana di Parigi.
    Gli incontri di questa pattuglia iniziarono diversi mesi prima della data di inizio del Jamboree, avvenivano, credo di ricordare, un paio di volte al mese e avevamo da prepa¬rarci su diversi argomenti. Ciò avveniva prevalentemente tramite scambi tra di noi, a mo' di "capitoli" rover, oppure anche con interventi di specialisti esterni. Furono affrontati, seppur brevemente, argomenti quali notizie attuali sulla società italiana (geografia, storia recente, economia, situazione politica, religione ecc.) e informazioni sullo scautismo locale, nel qual campo l'amico Teo ebbe la possi¬bilità di parlare dell'ASCI, dello scioglimento da parte del regime fascista e delle Aquile Randagie.
    Una seconda serie di argomenti riguardava il comportamento che dovevamo avere nel rapporti con gli scout e soprattutto con i Capi della Delegazione Italiana, al quali dovevamo dare assistenza in tutte le necessità che potevano avere nelle loro attività. Dovevamo fare da tramite verso la Direzione del Jamboree e tradurre e fare arrivare a loro le disposizioni impartite, pilotarli nei primi giorni nella geografia della "città", assisterli nei rapporti e per i ricevimenti con altre Delegazioni, procurare loro gli oggetti necessari e più strani, informarli e condurli nelle cerimonie ufficiali e, negli ultimi giorni del raduno, pilo¬tarli nelle visite di Parigi e dintorni che erano previste. Avevamo perciò molto da fare perché dovevamo essere prepara¬ti per tutte queste evenienze.
    In particolare, nei giorni precedenti l'inizio del raduno, dovevamo andare alla frontiera perché faceva parte del nos¬tro compito di ricevere la Delegazione Italiana, a nome e in rappresentanza della Direzione del Jamboree.
    Alla fine del "corso" partecipammo individualmente ad un colloquio, una specie di esame con anche una breve parte scritta, che doveva sancire la nostra accettazione in quel servizio. In quell'occasione vennero scelti tra noi i due Zeta di contingente (giacché la Delegazione italiana sarebbe stata suddivisa in due contingenti destinati ai due sotto¬campi Bretagne e Champagne, questo nell'intento di favorire gli incontri tra i vari Paesi), gli altri avrebbero svolto la funzione di Zeta di Reparto.

    DISTINTIVI E FAZZOLETTI
    Noi Zeta dovevamo presentarci al Jamboree in divisa per¬fetta, quella della Branca Esploratori con la camicia kaki (e non quella grigia della Branca Rover francese) e con il cappellone che molti di noi non avevano più perché non era in uso nella Branca Rover e che, per via della carestia dovuta alla guerra, non era facilmente acquistabile. Io avevo ancora quello della mia promessa otto anni prima, che pur¬troppo, proprio in quell'occasione, ho perso sul treno andando con alcuni del contingente italiano in visita a Parigi.
    Sulla divisa, oltre al distintivo del Jamboree con l'indi¬cazione del sottocampo, dovevamo portare le insegne della nostra funzione che comprendevano il fazzoletto verde, in¬dicatore del "Servizio alle Delegazioni", e la cordicella gialla (che i Francesi chiamano col termine militare di "fourragère") alla spalla sinistra che distingueva gli Zeta nell'ambito di tale Servizio. Infatti, per l'occasione del Jamboree, era stato creata tutta una codifica di distintivi per i vari Servizi, articolata sulla combinazione del colore del fazzoletto con quello della cordicella.
    Invece gli scout francesi partecipanti al raduno e i capi di sottocampo portavano il fazzoletto coi colori della regione a cui era intitolato il sottocampo e da cui provenivano, mentre le Delegazioni dei vari Paesi: avevano il fazzoletto nazionale. Ricordo che la Delegazione Italiana non aveva adottato per l'occasione il tradizionale fazzoletto azzurro nazionale ma, al fine di evitare ogni richiamo ai balilla, ne aveva adottato uno appositamente creato, verde con striscia bianca e nel triangolo dietro il collo un distintivo appositamente creato per questo Jamboree. Subito i primi giorni la Delegazione mi regalò uno di questi fazzoletti che, a dispetto del regolamento, portai per tutto il tempo del raduno e lo conservo ancora tra i miei più cari ricordi.
    Tutti i partecipanti al raduno portavano ovviamente l'appo¬sito distintivo del Jamboree con il giglio scout internazio¬nale e il nodo di carrick, simbolo quest'ultimo della fra¬ternità, e con indicato alla base il nome del sottocampo in cui era accampato, compresi noi Zeta e anche i Capi del sot¬tocampo, mentre tale indicazione era assente per gli appar¬tenenti ad altri Servizi e per i membri della Direzione del Jamboree. Da notare che per la prima volta nella storia dei Jamborees, tale distintivo era munito di un asola nella parte superiore per poter allacciarlo al bottone della tasca destra della camicia (mentre quelli dei precedenti Jamboree dovevano essere cuciti).

    IL TERRENO DEL JAMBOREE Alla Pentecoste precedente il raduno, partecipammo tutti, a Moisson sul terreno del Jamboree, ad un campo di Formazione degli Zeta della durata di tre giorni (in Francia è tradizionalmente festa il lunedì di Pentecoste) con "sessioni" informative e formative. Nella fase collegiale ci furono spiegati i seguenti argomenti: che cos'è un Jamboree, i trasporti per il Jamboree e al suo interno, le formalità amministrative comprese quelle di competenza degli Zeta, i servizi generali (Direzione, Delegazioni, Contingenti, Sottocampi, Arrivo e ricevimento, Attività, Servizi vari, regole da osservare, Polizia ecc.), le attività previste e le manifestazioni "generali", la vita nel quadro del sottocampo, usi e costumi dei Paesi accolti, le religioni al raduno, lo Zeta nell'accoglimento e nell'ospitalità, i servizi pubblici al Jamboree, le "personalità” che sarebbero venute in visita ecc. In quella occasione ci fu consegnato una edizione provvisoria ciclostilata del Manuale dello Zeta.
    Il week-end terminava con una visita illustrata del terreno del Jamboree in cui ci furono mostrate le localizzazioni dei vari sottocampi, della Direzione, dell'arena per le manifes¬tazioni, dell'ospedale da campo, del porto per i nautici, del campo d'aviazione (c'erano previsti, novità dell'epoca, anche gli scout dell'aria) e di tutte le principali instal¬lazioni. Infine avvenne un'ultima sessione intitolata: Il "mestiere" di Zeta. Il tutto inframmezzato con dimostrazioni pratiche, ambientato in un clima scout e con attività tipi¬che (alzabandiera, Messa, bagno nella Senna, la sera bivacco ecc. Tengo a precisare che la partecipazione a questo fine setti¬mana era a spese nostre (conservo ancora la ricevuta di 200 franchi di allora), così come lo era quella al Jamboree per tutti i Rover e Guide in servizio, che era di 3000 franchi.
    Il terreno del Jamboree era a circa 50 Km a nord-est di Parigi, in un'ampia ansa della Senna (ciò che aveva permesso di prevedere un "porto" per gli scout nautici e un luogo opportunamente attrezzato per fare il bagno),e occupava una brughiera detta Forêt de Moisson (dal nome del piccolo villaggio che si trova in fondo all'ansa). La zona, tra Rosny e Bonnières, dominata dalla sponda opposta della Senna dalla cittadina di La Roche Guyon con le torri del suo antico castello, era tutto un cantiere non indifferente se si pensa che doveva diventare una città di 50.000 abitanti, seppur particolare perché di prevista esistenza temporanea.
    Ad opera del Genio militare francese, veniva perfino apposi¬tamente costruita una stazione ferroviaria, servita da un binario di diversi chilometri in derivazione dalla linea Parigi-Rouen, dopo la stazione di Rosny e che era perciò denominata stazione di Rosny-Jamboree. All'interno del campo veniva installato un trenino che ne faceva il giro completo, a velocità limitata perché era destinato a non fermarsi mai: lo si doveva prendere e scendere in volata. Tale trenino era stato recuperato dalla Linea Maginot da pochi anni smobili¬tata, nella quale in una galleria sottoterra collegava i vari bunker. Erano in corso di effettuazione anche tutte le altre cos¬truzioni: le strade, l'arena con tribune, la rete di dis¬tribuzione dell'acqua anche con idranti per il caso di incendio, l'ufficio per i giornalisti e la tipografia del "giornale" del Jamboree che doveva uscire ogni giorno con articoli in varie lingue, la trasmittente della radio, i telefoni con l'esterno, ma anche la rete interna alla quale ogni sottocampo e ogni contingente di Delegazione erano col¬legati. Cose che oggi, nell'era dei cellulari e di internet, fanno ridere, ma che per l'epoca erano notevoli, sopratutto perché appositamente create e provvisorie. E sicuramente ne dimentico. Senza contare ovviamente tutte le tende e i ten¬doni destinate alla direzione del Jamboree e a quelle di ogni sottocampo, oltre alle varie costruzioni rappresenta¬tive (portali, pennoni per bandiere, altre costruzioni per specifici giochi, luoghi di culto ecc.), che sarebbero state montate nelle ultime settimane prima del raduno.

    L'ACCOGLIENZA DELLA DELEGAZIONE
    Come faceva parte del nostro compito, il giorno previsto per l'arrivo della Delegazione Italiana alla frontiera andammo a Modane a riceverla. Qualcuno del nostre gruppo non poté ve¬nire e ci ritrovammo in cinque o sei, facendo il viaggio in treno un giorno prima. Era infatti per noi l'occasione di una scampagnata. Visitammo Modane e facemmo qualche escur¬sione nei dintorni. Capitammo anche in una zona che portava ancora le tracce dei combattimenti di pochi anni prima. La sera ci accampammo fuori città al limite di un boschetto, facemmo cucine e passammo la serata intorno al fuoco, in fraternità come fossimo dello stesso Clan.
    La mattina dopo ci trovammo alla stazione di Modane per l'arrivo del treno speciale che portava la Delegazione. Ci mettemmo, come previsto a disposizione del capo dell'Ac¬coglienza Frontaliera predisposto a tale compito dall'orga¬nizzazione del Jamboree che, per prima cosa ci consegnò i distintivi previsti per la funzione di Zeta (fazzoletto verde, cordelline gialle oltre al distintivo del Jamboree) e l'edizione definitiva del Manuale dello Zeta stampato in formato tascabile. Con lui, all'arrivo del treno speciale, ci presentammo alla Delegazione Italiana. Ciascuno degli Zeta fu assegnato al Reparto o al contingente di desti¬nazione, e iniziò così il nostro servizio che doveva durare per tutto il Jamboree.
    Mentre, con l'assistenza del Capo Accoglienza avvenivano, da parte dell'amministrazione francese, le operazioni di fron¬tiera (passaporti, dogana, controlli delle valute), noi Zeta facemmo conoscenza con i Capi della Delegazione e, con il loro aiuto, procedemmo alle formalità amministrative previs¬te dall'organizzazione del Jamboree: distinte di Reparto e schede individuali, "carte d'identité Jam", assegnazione di codice individuale (era l’”indirizzo” postale che permetteva di rintracciare ogni persona presente al raduno), distribuzione dei distintivi del Jamboree e dei Manuali tascabili apposi¬tamente stampati (quello per tutti i partecipanti e quello speciale riservato ai Capi Reparto) ecc.
    Terminate tali operazioni il treno speciale si avviò e fa¬cemmo con la Delegazione e sotto la guida del Capo Con¬voglio, anch'esso della organizzazione del Jamboree, il viaggio fino alla stazione di Rosny-Jamboree. Viaggio che durò fino alla mattina del giorno dopo, in parte perché il percorso è piuttosto lungo, basta ricordare che da Modane a Parigi ci sono circa 800 Km, in parte anche perché, essendo quello un treno speciale, veniva istradato lasciando la precedenza agli altri convogli.
    Durante il viaggio non ho presenti particolari ricordi se non che potemmo iniziare a fare reciproca conoscenza con i Capi della Delegazione e con i ragazzi dei vari Reparti che la componevano. Ricordo però in particolare che assistemmo ad una Messa detta nel corridoio del vagone mentre il treno andava, con gli scout affacciati alle porte degli scomparti¬menti. E, dettaglio di colore, alle fermate nelle stazioni l'assalto ai servizi e alle fontanelle per dissetarsi e fare provvista di acqua da bere.
    La mattina dopo, all'arrivo alla stazione di Rosny-Jamboree, vi erano a disposizione degli automezzi per il materiale, ma non mi ricordo come noi con i componenti della Delegazione ci trasferimmo al sottocampi di destinazione, se vi era una apposita colonna di pullman o forse, ciò che è più probabile, andammo a piedi. Il luogo del raduno infatti era abbastanza esteso ma l'apposita stazione ferroviaria era sistemata al limite del campo. Pilotammo così i Contingenti sui luoghi dei loro rispettivi sottocampi Champagne e Bretagne nei quali era suddivisa la Delegazione.

    LA DELEGAZIONE ITALIANA
    L'insieme della Delegazione Italiana comprendeva circa 500 scout, così per lo meno era recepita dalle statistiche uffi¬ciali. Ovviamente i reparti erano "di formazione" e comprendevano scout provenienti da una o diverse regioni ma i miei ricordi sono alquanto incompleti per quanto riguarda la com¬posizione dei due contingenti nei quale era ripartita. Ricordo però che di quello destinato al sottocampo Champagne facevano parte, insieme alla Direzione della Delegazione, il reparto di Romani, i Toscani, i Piemontesi e altri. In quello del sottocampo Bretagne, di cui ero lo Zeta di contingente, vi erano i Lombardi, gli Emiliani, il reparto Campania-Puglia-Sicilia e altri. Forse nel sottocampo Champagne vi era anche un Reparto del GEI, ma non sono sicuro di ricordare questo dettaglio.
    I due contingenti, benché suddivisi geograficamente (ma non erano distanti l'uno dall'altro), avevano numerose attività in comune oltre a quelle, ovviamente, rappresentative di Delegazione ed eravamo frequentemente insieme. Inoltre ci si faceva continue visite e così, nell'ambito dei due contin¬genti della Delegazione Italiana al Jamboree conobbi molti capi di varie regioni che, negli anni seguenti, sarebbero diventati personaggi famosi della rinascente ASCI e che mol¬ti ricordano. Nella Direzione della Delegazione vi erano diversi componenti del Centrale di allora. Conobbi così Salvadori, Monass, Monsignor Pignedoli (allora noto solo come don Sergio), Mario Ugazio e tanti altri i cui nomi non mi sono più presenti in memoria.
    Tra i Lombardi un gruppo numeroso di Capi era costituito dalle ex Aquile Randagie che stavano ricostruendo lo scoutis¬mo milanese. Di tale gruppo, ovviamente, facevano parte Giulio Uccellini detto Kelly, don Andrea Ghetti detto Baden e suo fratello Vittorio, coi quali ho poi fraternamente lavorato negli anni della nascita del Roverismo Italiano, ma anche altri come Corbella, Basini, Davide Lucchelli. Oltre a questi vi erano anche grandi capi lombardi,
    emiliani e toscani tra i quali ricordo i nomi di Armando Pellati di Modena, Aldo Nardi di Mantova, Francesco Iusvardi ... ma anche qui la memoria mi fa difetto.
    Un aneddoto umoristico: l'insolita denominazione di Zeta era rimasta nell'orecchio del Baden che in un primo tempo cre¬deva che fosse il mio nome o sopranome. La cosa non durò perché in seguito e per un altro breve tempo, pregava per la mia conversione credendomi protestante! C'era infatti tra i nostri uno Zeta di Reparto, francese e protestante, col quale mi aveva confuso. Lui stesso, negli anni seguenti, faceva delle grandi risate raccontando questi fatti.
    Anche tra i Piemontesi ricordo nomi famosi: l'allora regio¬nale Lovera e anche Carbonara che gli avrebbe poi succeduto. Vi ho conosciuto allora anche Alfredo Francioni di Grignasco, forse l'unico Novarese presente, che era Aiuto Capo del Riparto di formazione del Piemonte e che era stato nel 1945 co-fondatore e, per lunghi anni Capo, del Reparto di Grignasco in provincia di Novara (oggi diventato un grosso Gruppo). Ho poi fatto scautismo con Alfredo in varie occasioni quando, tornato in Italia dai luoghi dell'emigrazione, ho fatto il capo del Reparto di Castelletto Ticino nella stessa provincia, e siamo rimasti amici per lunghi anni fino a quando è “tornato alla Casa del Padre" circa una decina di anni fa.
    Alfredo mi cercò subito per dirmi che mio cugino Livio, quasi mio coetaneo e quasi mio fratello, entrato nello scautismo subito dopo la liberazione, era venuto in bicicletta fino a Bardonecchia da Castelletto in provincia di Novara, nella speranza di incontrarmi dopo i lunghi anni della guerra. Purtroppo non lo lasciarono passare alla fron¬tiera (eravamo nel primo dopoguerra e gli spostamenti non erano facili come lo sono ora) e dovette ritornare a casa senza esserci incontrati. Con lui ho avuta poi la fortuna di fare molto scautismo, siamo amici più che parenti e ora siamo ancora nella stessa Comunità del MASCI.

    IL SERVIZIO DI "ZETA"
    Non ho grande memoria delle manifestazioni e delle pratiche "folkloristiche" tipiche di un Jamboree che vi furono anche in questo e che, per altro sono già riferite dalle cronache di questo come degli altri Jamboree. Anche perché vi ho poco partecipato: eravamo, come Zeta, veramente presi dai più vari impegni. La nostra era una funzione a mezza via tra l'aiutante da campo, il diplomatico e il cerimoniere, con in più la componente di interprete. Per altro lo sapevamo prima, eravamo stati selezionati per quel servizio e ci eravamo preparati in quella prospettiva.
    Cerco di ricordarmi quanti Zeta eravamo in servizio presso la Delegazione Italiana, il conto è presto fatto: un Zeta per ognuno dei Reparti che erano, se ricordo bene, quattro per ognuno dei due contingenti, il che fa otto, più due Zeta di Contingente, totale dieci.
    Dal punto di vista organizzativo, in quanto Zeta di contin¬gente agivo tramite gli Zeta di Reparto (a parte che nei mio contingente ne mancava uno che si era dato ammalato all'ultimo momento e pertanto dovevo colmare questa lacuna copren¬do il vuoto), mentre noi Zeta di Contingente dipendevamo dal Capo del proprio Sottocampo.
    I compiti degli Zeta, che dovevamo svolgere con una certa discrezione e senza interferire nei compiti e nelle respon¬sabilità dei Capi della Delegazione e dei Reparti, come li ricordo si possono riassumere nei seguenti quattro grandi raggruppamenti:
    l} Rappresentare la Direzione del Jamboree presso la Delegazione e i Contingenti e fare loro da tramite per ogni evenienza e per tutte le manifestazioni ufficiali e per gli obblighi a cui erano tenuti. Ricevevamo per questo anche degli ordini scritti dalla Direzione del Jamboree di cui conservo qualche copia. Dovevamo tra l'altro essere pre¬senti a tutte le manifestazioni della Delegazione, quelle rappresentative e ufficiali ma anche agli inviti e ai pranzi con altre Delegazioni.
    2) Assicurare il collegamento tra il Contingente e la Direzione del Sottocampo con la quale eravamo in stretto contatto e da cui dipendevamo ufficialmente. I rapporti con il Sottocampo erano facilitati dalla vicinanza ma dovevamo, in particolare, partecipare alle riunioni quotidiane di coordinamento che avveniva di solito alla fine del pomeriggio. Questi due gruppi di compiti degli Zeta presupponevano anche quello di tener d'occhio l'orologio per ricordare la puntua¬lità (le manifestazioni ufficiali erano a orari e nei luoghi prestabiliti) tenendo conto dei tempi di spostamento.
    3} Assistere la Delegazione e i Contingenti in tutte le loro necessità anche le più banali (mi ricordo della richiesta di un cappello "a tuba" che doveva servire per un numero di bivacco) compresa quella dei rapporti con le Delegazioni di altri Paesi. Dovevamo, con la dovuta discrezione, aiutare i Capi a predisporre e a preparare le varie attività, sugge¬rendo qualche dettaglio e comunque informandoli delle possi¬bilità esistenti. 4) Far fronte a tutti gli aspetti amministrativi relativi alle relazioni esistenti tra i Contingenti e i vari enti organizzativi del Jamboree, quali quelli con l'intendenza per tutti i problemi di viveri (compreso la consegna delle tessere annonarie: eravamo nel primo dopoguerra e c'erano ancora le restrizioni alimentari), con le poste per la distribuzione della corrispondenza in arrivo, con la sanità (vi era ovviamente un ospedale da campo ma anche una infermeria in ogni sottocampo), con i trasporti interni, con la polizia scout e con i pompieri (ma non ci fu nessuna necessità) ecc. Per essere opportunamente informati, a parte ovviamente le notizie a voce, la partecipazione alle riunioni di coor¬dinamento e gli ordini scritti di cui ho già detto, ricevevamo ogni giorno un notiziario ufficiale denominato JAM-INFORMATIONS che ci informava, tra l'altro, di tutte le manifestazioni del giorno e quelle previste per il giorno dopo e di quanto avveniva nel raduno, dandoci la possibilità di trasmettere queste notizie alla Delegazione e ai Contingenti. Per altro usciva giornalmente un quotidiano che si comperava alle edicole e di cui conservavo la raccolta completa che però non ho fin'ora ritrovato.

    ALCUNI RICORDI PARTICOLARI
    Altri ricordi alla rinfusa. Il terreno del raduno, la bru¬ghiera della Forêt de Moisson, era piuttosto vario, a rari tratti coperti da alberi d'alto fusto come nella zona del Sottocampo Champagne, a tratti brullo con cespugli e cospar¬so di erica come nel sottocampo Bretagne. E siccome, per tutta la durata del Jamboree, non ha mai piovuto, divenne rapidamente molto polveroso. Il gran caldo di quei giorni unito al sudore della nostra vita attiva, facevano si che la polvere ci si appiccicava addosso. E' un aspetto di colore che non ricordo di aver mai letto riferito dalle cronache, come invece sono stati ricordati altri Jamboree piovosi, fangosi e perfino ventosi. Per fortuna erano installate in ogni Sottocampo delle batterie di docce che sfruttavamo frequentemente, anche diverse volte al giorno.
    Ricordo la partecipazione alla manifestazione nazionale della Delegazione italiana all'arena ma non ho presente in che cosa consisteva, preso com'ero nello svolgimento del mio compito. Ricordo di avere assistito col Contingente o con qualche Reparto alla manifestazione dei neozelandesi (nel costume dei Maori) e a quella degli scozzesi (ho ancora nell'orecchio il suono acuto delle cornamuse). Ricordo anche di avere assistito, questa volta come spettatore, alla grande manifestazione di chiusura e ho ancora negli occhi nell'arena l'immenso pallone (era un aerostato con dipinto il globo terrestre), sollevato a braccia alzate e portato in giro da una marea di scout, che voleva significare il ritorno della pace nel mondo sostenuta dai ragazzi, dopo i sei anni della guerra mondiale. Non so più se era a quella manifestazione o a quella di apertura, alla quale era pre¬sente nelle tribune anche un nipote di Baden-Powell, ancora un ragazzo (se ricordo bene in divisa da Lupetto).
    In modo distribuito durante il raduno ogni Reparto poteva ogni tanto dedicare un giorno ad una visita a Parigi o nei dintorni. Io pilotai in città un gruppetto di Lombardi che comprendeva anche Baden, partendo presto al mattino col treno da Rosny-Jamboree che portava alla Stazione parigina di Saint-Lazare. Avevo fatto accettare dal capo (ricordo che era Davide Lucchelli) l'idea di andare per lo più a piedi per vedere meglio la città ma prendemmo la metropolitana una volta per fare un'esperienza allora non possibile in Italia. Facemmo però a piedi dal Trocadero attraverso tutto il Champs-de-Mars fino alla Torre Eiffel.
    Avevamo il cibo al sacco ma non il pane: comperammo allora le "baguette" e, facemmo come i Parigini portandocele non incartate sotto il braccio (oppure legato sul portapacco della bici, ciò che aveva impressionato gli scout italiani). Mangiammo il nostro pasto al sacco seduti in un giardino pubblico. Andammo poi al centro di Parigi, l'antica Lutèce, per vedere Notre-Dame e anche Saint-Julien-le-Pauvre, l'unica chiesa di Parigi di autentico stile romanico. Facemmo anche un salto a Montmartre a vedere il Sacré-Coeur. Prendemmo poi l'autobus (sempre per vedere l'aspetto della città) per andare, su richiesta di Baden che aveva sentito parlare del Canonico Cornette detto Le Vieux Loup (fondatore e organizzatore del Lupettismo in Francia e primo Assis¬tente Nazionale SDF), al cimitero di Père Lachaise sulla sua tomba, che è una grande lapide di pietra rosa, sulla quale spicca scolpita in risalto una grande croce di Gerusalemme, noto distintivo degli scout francesi e internazionalmente degli Assistenti.
    Non posso terminare questi ricordi personali senza aggiun¬gere che un giorno vennero in visita alcuni Rover del mio Clan e fu una giornata di tregua nel mio servizio. Con loro in mattinata girammo il Jamboree e nel pomeriggio andammo nel teatro del raduno a vedere un lavoro di “espressione” dato da una pattuglia rover di specializzazione in "Art Dramat" (la Compagnie Grenier-Hussenot) che poi ebbe una notevole fortuna a livello professionale. Infine un ricordo di colore. In uno dei Sottocampi della Delegazione Italiana (non ricordo più quale) vi era anche un Reparto di scout della Martinica, allora colonia francese e perciò inglobati in una Delegazione "Outre-mer" non meglio definita, con i quali gli Italiani fecero amicizia, facilitata appunto dalla vicinanza. Fecero con loro anche una forma inusuale di "change": si scambiarono canzoni. Imparai anch'io un canto folkloristico intitolato "Ba moua un ti-bo" che ebbe poi nel '50, il suo momento di successo quando ebbi nel Clan La Rocchetta la conduzione del Noviziato, il primo forse, nella storia del nostro Roveris¬mo, con un programma appositamente strutturato.

    UNA CONCLUSIONE
    Volendo per concludere, fare un bilancio personale, pur limitandolo al tema scout (perché ci sarebbe da dire anche sotto altri aspetti), credo di poter dire che il Jamboree è stato per me, oltre ad una grande occasione di addentrarmi nello scautismo internazionale, oltre anche ad un periodo di impegnativo ma utile e piacevole servizio, fu anche una occasione importante di conoscere l'ASCI e di entrare in contatto con molti dei suoi Capi. Al punto che, involontariamente, tendo a considerarla come la mia prima attività nell'ambito dell'ASCI. Visto che negli anni seguen¬ti la Provvidenza volle che io potessi tornare in Italia e che vi facessi scautismo.

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    BOYS BRIGADE
    Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Boys'_Brigade

    Il 2007 è stato il 100° anno della fondazione dello Scoutismo; il 2008 il 125° anno della fondazione delle BOYS BRIGADE

    Il libro Scouting for Boys (Esplorazione per ragazzi-1908) è una rivisitazione/riscrittura di Baden-Powell dei suoi antecedenti libri di argomento Militare: Reconnaisance and Scouting (Perlustrazione ed esplorazione-1884) e Consigli per l'esplorazione per Sottufficiali e Truppa-1889).
    Questi libri antecedenti erano manuali Militari usati dall'Esercito Britannico per addestrare i suoi Esploratori (Scouts). A Mafeking (2a Guerra Boera), Baden-Powell arruolò ed addestrò ragazzi di 12-15 anni come portalettere-staffette e più tardi come barrellieri per il trasporto di feriti, questo per liberare tutti i suoi uomini per il solo combattimento, e per evitare i frequenti casi di ragazzi, pericolosamente, in prima linea per: curiosità, sfida e mal proposto eroismo. Al suo ritorno in Inghilterra, immediatamente dopo la fine della Guerra Boera, Baden-Powell venne a sapere che alcune scuole Britanniche stavano usando i suoi manuali Militari per insegnare ai ragazzi nozioni di Osservazione e deduzione ("l'occhio Scout " N.d.t).
    Decise così di rivedere le sue pubblicazioni Militari in un libro per Ragazzi. Parecchi amici di Baden-Powell lo supportarono in questa idea, inclusi Sir William Alexander Smyth, Fondatore della Boys Brigade, e Cyril Arthur Pearson, che era proprietario di molti quotidiani ed altre pubblicazioni.
    Nel 1906 e 1907 Baden-Powell spese molto del suo tempo nello scrivere Scouting for Boys e sviluppando le sue idee sul Metodo dei Boy Scouts.
    Queste furono sperimentate durante un Campo sull'Isola di Brownsea nell'estate del 1907, dove ad assistere vi era anche l'editore letterario di Pearson, Percy Everett.

    Boys Brigade La Boys Brigade è la prima organizzazione giovanile in uniforme al mondo. L'idea per questa organizzazione Cristiana fu concepita da Sir William Alexander Smyth. Appena dopo la sua nascita a Glasgow (Scozia) nel 1883, la BB si diffuse velocemente in tutto il Regno Unito e divenne un organizzazione a livello mondiale già nei primi anni del 1890.

    Fini, Motto ed emblema Il fine della Boys Brigade è "La diffusione del Regno di Cristo tra i ragazzi e la promozione dell'abitudine dell'Obbedienza, reverenza, disciplina, auto-stima e di tutto ciò che tende verso una reale virilità Cristiana" Eccetto per l'aggiunta della parola "obbedienza" nel 1893, il fine è rimasto invariato sin dalla fondazione. Nel disegnare il Motto e lo Stemma/Crest della B.B. William Smith si ispirò direttamente a "Gli Ebrei 6:19" della versione di Re Giacomo della Bibbia, "Quale speranza abbiamo come ancora dell'anima,entrambe sicura ed ferma/incrollabile...." Da questo versetto nacque il Motto," Sicuro e fermo/incrollabile". Il Crest era originariamente una semplice ancora, con inciso il motto e 2 B maiuscole una su ogni lato. Susseguente all'unione della Boys Brigade con la Boys Life Brigade (branca della stessa ma specializzata nel Soccorso al prossimo) nel 1926, fu messa dietro all'ancora una croce Greca rossa a formare il Crest odierno. La croce faceva parte dell'originale emblema della Boys Life Brigade.

    Sviluppo Il movimento fù anche un precursore, in Gran Bretagna, del campeggio per il divertimento, prima raramente diffuso al di fuori dei scopi Militari.

    Tra i primi ammiratori della BB vi è da annoverare Robert Baden Powell che in qualità di VICE PRESIDENTE della Boys Brigade ne usò il metodo durante alcune sue iniziative nelle scuole, particolarmente ad Eton, per promuovere la pratica dell'esplorazione (scouting) ed delle attività all'aperto basate su quelle delle attività militari per ragazzi.

    A quel tempo non intendeva che alcuna organizzazione individuale potesse nascere, nel futuro, dai suoi scopi come invece accadde per i vari Movimenti dei Boys Scouts.
    Alcuni esempi precursori dello Scoutismo si poterono vedere nei riconoscimenti della Boys Brigade per lo Scouting e persino nelle sezioni speciali dei Boys Brigade Scouts, che indossavano un uniforme blu con pantaloncini ed il caratteristico Smockey Bear [USA-En] (Lemon Squeezer [GB-En] = Boero-Cappellone) cappello con cui per tradizione vengono identificati gli Scout.

    Come da quanto sù scritto traspare che lo Scoutismo nacque più da un evolversi inarrestabile dei fatti più che da una vera e propria volontà del fondatore (B.-P.). Uomo schivo, modesto e nel complesso molto timido. Infatti B.-P. era a Brownsea come Vice Presidente della B.B. e stava sperimentando il suo "Metodo per Truppa e Pattuglie" (Riparto e Squadriglie) perchè esso fosse poi applicato nella B.B. A dimostrazione di ciò vi è il fatto che l'ossatura della Truppa/Riparto di Brownsea era formato dai migliori elementi scelti da B.-P. e Smyth stesso della B.B.

    Percy Everett era l’unico del mondo dell'informazione sull'isola, visto che tutti gli altri erano, per volontà di B.-P., sulla limitrofa costa, dato che il Fondatore oltre al suo essere schivo non voleva essere distratto e che soprattutto non lo fossero i ragazzi.

    La situazione era ...se vogliamo fare un paragone "moderno" di attesa di un EPOCALE AVVENIMENTO... guardatevi le foto delle partenze degli Shuttle ...il parterre giornalisti come la costa con i giornalisti e lo Shuttle come Brownsea...

    Tanto per focalizzare B.P., oggi non possiamo focalizzare, ma era all'epoca per la Gran Bretagna un personaggio dall'importanza mediatica incredibile, enorme, tutto ciò che faceva veniva amplificato all'ennesima potenza. Perciò al suo ritorno, dopo il resoconto "epico" e, diciamolo pure onestamente ...anche se veritiero molto esagerato... di Everett, fu trascinato in una inarrestabile valanga di eventi che lo portarono ad essere Fondatore e a Capo dello Scoutismo.

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    LA WOOD BADGE
    (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

    Il Wood Badge (o Woodbadge) è nelle associazioni scout l'insieme dei distintivi portati da coloro che hanno completato un percorso di Formazione Capi riconosciuto dall'Organizzazione Mondiale del Movimento Scout (OMMS o WOSM) come equivalente a quello di Gilwell Park. È composto dal fazzolettone Gilwell, dai tizzoni, il laccio di cuoio e dal portafazzolettone a testa di turco.

    Origini Nel 1919 l'associazione scout inglese acquistò la tenuta di Gilwell Park, nella foresta di Epping, vicino Londra. Lo scopo era farne un luogo di formazione per i capi, richiesti in numero sempre maggiore da un'associazione in forte crescita. Alla conclusione del primo corso, Baden-Powell decise di lasciare a tutti i partecipanti un segno distintivo. Prese dunque i grani (che solitamente in Italia vengono chiamati tizzoni) di una collana appartenuta al capo Dinizulu, cui lui diede la caccia in Sud Africa nel 1888. Col tempo a questi due tizzoni si aggiunse anche il fazzolettone Gilwell e il portafazzolettone a Testa di Turco.
    Fra il 1922 ed il 1925, i capi che frequentavano il corso per capi branco ricevevano un distintivo diverso, detto Akela Badge, costituito da una zanna di lupo appesa ad un laccio di cuoio. Dopo poco, tuttavia, le insegne Wood Badge furono adottate per tutte le branche.
    I capi che completano la formazione Gilwell e ricevono il Wood Badge sono anche membri del gruppo scout Gilwell 1, l'unico gruppo composto solo di capi. Questo gruppo si riunisce ogni anno il primo venerdì di settembre a Gilwell Park per la Gilwell Reunion, che dura fino alla domenica.

    Descrizione Le insegne Gilwell sono composte di quattro elementi.

    Fazzolettone Gilwell
    È un fazzolettone color grigio-rosato (tortora) all'esterno e arancione-rossiccio all'interno. Secondo la tradizione sono le braci rosseggianti dello Spirito Scout che covano sotto la cenere dell'Umiltà. Su un angolo è apposto un rettangolo del Tartan del Clan dei MacLaren, in ricordo della donazione effettuata da William De Bois MacLaren, che consentì l'acquisto della tenuta di Gilwell Park e la ristrutturazione dei primi edifici.
    Inizialmente lo staff del campo usava un fazzolettone interamente composto da questo Tartan; poi, probabilmente per motivi di costo, se ne prese un semplice rettangolo, cucito su un angolo del fazzolettone, così come è oggi.

    Tizzoni Sono piccoli pezzi di legno di forma cilindrica, forati per farvi passare un laccetto di cuoio, e tagliati in modo da lasciare uno spigolo su entrambe le estremità che poi vengono annerite al fuoco.
    Come detto, i primi venivano dalla collana di Dinizulu. Questa collana, lunga oltre 3 metri, era composta di oltre 1.000 pezzi di legno di Acacia, anneriti col fuoco alle estremità, detti iziqu in lingua zulu. Erano assegnati come segno di riconoscimento ai guerrieri Zulu, ed era raro averne tanti come ne aveva Dinizulu.
    In occasione del primo campo scuola a Gilwell, Baden-Powell si ricordò della collana e ne diede ad ogni partecipante al corso un grano. Il distintivo fu chiamato "Wood Badge" letteralmente "distintivo di legno". Inizialmente Baden-Powell aveva previsto che potessero essere uno o due da portare sulla giacca o sul cappellone a seconda della preparazione e del livello raggiunto. Nel 1922 queste distinzioni vennero abolite e furono adottati i due "tizzoni" da portare al collo per chi avesse superato tutti i livelli di formazione.
    Pertanto, contrariamente a quanto credono in molti, non sono pezzi di carbone dell'ultimo fuoco di Baden-Powell, che quando iniziò a distribuirne aveva ancora oltre vent'anni di vita davanti a sé. Il termine Tizzoni (pur lasciando purtroppo la possibilità di equivoco sulla leggenda dell'ultimo fuoco) evoca comunque in chi li porta l'idea di prendere sempre parte ad un nuovo fuoco cui prendono parte Baden-Powell e tutti i capi che hanno completato i corsi Woodbadge.
    La collana originale è stata ricomposta dopo la morte di Baden-Powell ed è oggi visibile a Gilwell Park, in un piccolo ma interessante museo.
    Gli allievi che hanno superato i corsi Gilwell ricevono due tizzoni. Ecco lo schema di tutte le possibilità:
    1 tizzone: campo di base (non più usato, ora il minimo è due)
    2 tizzoni: completata la formazione Gilwell
    3 tizzoni: Assistant Leader Trainer (aiutante nei campi di formazione Gilwell)
    4 tizzoni: Leader Trainer (chi dirige un campo di formazione Gilwell)
    5 tizzoni: Gilwell Deputy Camp Chief (Vice Capo Campo di Gilwell Park, vedi più avanti per dettagli)
    6 tizzoni: Gilwell Camp Chief (Capo Campo di Gilwell Park)

    I sei tizzoni erano indossati inizialmente solo da Baden-Powell stesso. In seguito, ne diede un set a Sir Percy Everett, come riconoscimento dell'immenso lavoro fatto da questi per il movimento, dal campo a Brownsea nel 1907 in poi. Nel 1949, Sir Percy portò i propri sei tizzoni a Gilwell Park e li lasciò come distintivo del capo campo. Li indossò così John Thurman ed in seguito Bryan Dodgson. Nel 1983 ci fu una riorganizzazione degli incarichi, il ruolo di "Capo Campo" fu abolito, e i sei tizzoni passarono a Derek Twine, Executive Commissioner for Programme and Training (Commissario Centrale per il Metodo e la Formazione Capi). Dopo un'ulteriore ristrutturazione sono passati a Stephen Peck, Director of Programme and Development (Direttore del Metodo e dello Sviluppo).

    Il titolo di Deputy Camp Chief venne dato ai responsabili della Formazione Capi delle singole associazioni scout, ai quali spetta ancor oggi. Nel 1929, infatti, fu tenuto a Kandersteg il primo campo Gilwell fuori da Gilwell Park. Col tempo, anche altre associazioni nazionali sono state autorizzate a tenere dei campi Gilwell che si concludono col riconoscimento del Wood Badge. I rispettivi dirigenti incaricati di gestire a livello nazionale la Formazione Capi erano dunque considerati, appunto, dei vice capi campo, in quanto gestivano le succursali di Gilwell Park all'estero.
    Va ricordato che il numero di tizzoni (dopo il secondo) è legato al ruolo ricoperto nella formazione capi, e solo in questa. Non è un riconoscimento della capacità in generale di fare il capo.
    Dalla fine degli anni 60 ad oggi la formazione è stata completamente riorganizzata e demandata progressivamente e definitivamente alle Associazioni locali.

    Laccio
    Verso la fine dell'assedio di Mafeking, un giorno Baden-Powell incontrò un vecchio indigeno che gli chiese perché aveva l'aria così depressa (cosa peraltro rara nel Fondatore), e gli regalò un laccetto di cuoio che aveva attorno al collo, un portafortuna donatogli dalla madre. Pochi giorni dopo Mafeking venne liberata, dimostrando il potere di questo portafortuna. Baden-Powell si ispirò a questo laccio per appendere i tizzoni del Wood Badge.

    Portafazzolettone a Testa di Turco o Testa di Moro Il "Gilwell Woggle" è un classico nodo a testa di turco ottenuto intersecando due volte una striscia di cuoio rotonda. Questa striscia di cuoio era considerata l'elemento principale per fabbricare l'archetto necessario per accendere il fuoco senza fiammiferi e da portare al fazzolettone quando non in uso.

    Fu pensato da Bill Shankley, dello Staff di Gilwell Park. Oltre ai Capi che avevano ottenuto il brevetto, nella tradizione Gilwell, fu dato anche agli allievi che avevano completato la prima parte della formazione, (ciò è ancora in uso nella scuola capi di CNGEI, FederScout, FSE ed Nuova ASCI, mentre indica il conseguimento del secondo livello di formazione, ovvero il corso tecnico, per l'Assoraider).

    Il Wood Badge nelle varie associazioni
    Nella Conferenza Scout Internazionale del 1955, tenuta a Niagara Falls, in Canada, furono fissate le norme cui le varie associazioni scout devono attenersi nell'assegnare il Wood Badge.
    Con due decisioni successive nel 1969 e nel 1977 la Conferenza Mondiale del Movimento scout demandò alle Associazioni locali l'intera formazione capi. Pur mantenendo le insegne di Gilwell, la Conferenza stabilì che ogni Associazione era libera di elaborare i propri iter di formazione e di definirne i contenuti.
    Non tutte le associazioni, ad oggi, fanno uso del Wood Badge.
    Va ricordato che il Wood Badge è un riconoscimento dello Scautismo e non del Guidismo. Per questo motivo, il suo uso è riservato ai membri di associazioni di scautismo maschile aderenti all'Organizzazione Mondiale del Movimento Scout (OMMS/WOSM) anche se, ovviamente in alcuni paesi, queste associazioni iscrivono anche ragazze.

    Alcuni sostengono che coloro che abbiano ottenuto il brevetto di Leader Trainer (4 tizzoni) a Gilwell o attraverso corsi WOSM siano abilitati ad organizzare dei campi scuola secondo il metodo Gilwell, e a concederne il relativo brevetto. Questa scuola di pensiero legittimerebbe anche le associazioni che oggi non si riconoscono nell'OMMS ad organizzare corsi di Formazione Gilwell, concedendo le relative insegne.
    Probabilmente anche per evitare problemi legali legati allo sfruttamento di insegne altrui, alcune di queste associazioni preferiscono non utilizzare tutte le insegne del Wood Badge, ma solo alcune. Ad esempio, nella FSE il fazzolettone che si riceve con il Wood Badge è blu, e nell'angolo che va dietro c'è il giglio simbolo della promessa FSE.
    L'esperienza ha dimostrato che da Gilwell Park vengono inviate le insegne anche a richiesta di Leader Trainer che non fanno parte di associazioni aderenti all'OMMS, visto che non è praticamente possibile verificare le lor dichiarazioni di appartenenza ad un'associazione riconosciuta. Ultimamente, inoltre, è possibile acquistare le insegne di Gilwell senza troppe difficoltà attraverso internet, ed anche se è obbligatorio indicare il proprio numero di brevetto, la cosa in parte potrebbe svilirne il significato.

    AGESCI Nell'AGESCI il socio adulto, per ottenere la Nomina a Capo e il Wood Badge, deve partecipare a tre campi: Campo di Formazione Tirocinanti (CFT): dalla durata variabile (di solito 2-4 giorni), è un’occasione formativa che si colloca all’interno del tirocinio (il primo anno di servizio educativo in un'unità) da vivere preferibilmente nel momento iniziale di inserimento in Comunità Capi ed è necessario per poter partecipare al Campo di Formazione Metodologica. Affronta tematiche quali: le scelte fatte dall’adulto, il Patto Associativo, la formazione personale, le peculiarità del servizio educativo e l’importanza della testimonianza, gli elementi fondamentali del metodo, l’associazione.
    Campo di Formazione Metodologica (CFM): è rivolto ai soci adulti che hanno frequentato il CFT, si svolge di solito durante l’anno di tirocinio (o successivamente) ed ha una durata variabile tra i 5 e i 7 giorni. Vengono qui affrontate le seguenti tematiche: il metodo e le nozioni psico-pedagogiche della Branca e dell’età dei ragazzi di riferimento, l’uso intenzionale del metodo e -nei suoi valori essenziali- la sua unitarietà durante la proposta scout, lo strumento/risorsa “progetto” nei vari livelli associativi, la corresponsabilità dei soci adulti e la capacità di saper individuare i propri bisogni formativi e costruire percorsi personali di crescita.

    Campo di Formazione Associativa (CFA): è rivolto ai soci adulti che hanno vissuto da almeno 10 mesi il Campo di Formazione Metodologica (CFM) ed ha una durata di 7 giorni. Tra i suoi obiettivi: verificare e sintetizzare la propria esperienza educativa e formativa per costruire prospettive future circa la propria scelta di essere educatore; consolidare le scelte del Patto Associativo; rafforzare la cultura e lo stile della formazione permanente; acquisire maggiore consapevolezza nella relazione educativa capo-ragazzo; verificare la propria capacità di applicazione intenzionale del metodo scout nella sua globalità; comprendere il metodo scout nel suo complesso e in particolare nella sua continuità attraverso le Branche; rielaborare le proprie esperienze di capo ed utilizzare le proprie competenze; comprendere le relazioni esistenti tra i diversi progetti associativi ed il territorio; divenire co-costruttori del pensiero associativo e concorrere all’elaborazione metodologica; stimolare la riflessione sull’essere Associazione e l’essere Chiesa.

    Prima del CFT è preferibile aver partecipato ad una ROSS (Route di Orientamento alle Scelte di Servizio) se si è stati Rover/Scolte, oppure ad un CAEX (Campo per Adulti di provenienza EXtrassociativa) se non lo si è stati, o si rientra in Associazione dopo una lunga pausa. Non è un obbligo. Per chi cambia Branca tra il CFM e il CFA è necessario partecipare al CAM (Campo di Aggiornamento Metodologico, su una Branca in particolare) per poter fare il capo unità; questo campo è suggerito anche a quei Capi brevettati che cambiano o ritornano in una particolare Branca dopo anni di servizio in un'altra, o per la prima volta.
    Trascorso un anno di servizio associativo dopo il CFA, la Comunità Capi di appartenenza può fare la richiesta di Nomina a Capo. Per far ciò invia una presentazione del socio adulto alla quale si allegano le valutazioni dei campi di formazione eseguiti. Dopo un parere (vincolante) della Zona e della Regione, la domanda viene esaminata dal livello nazionale. I Capi vengono nominati dalla Capo Guida e dal Capo Scout. Con la nomina a capo si ottiene anche il Wood Badge. Poiché la nomina a capo è richiesta per fare il capo unità, una buona percentuale dei capi AGESCI ha anche il Wood Badge, a differenza della maggior parte delle altre associazioni.
    Il 9 agosto 1986, durante la Route Nazionale Rover/Scolte ai Piani di Pezza (Rocca di Mezzo, AQ), l'AGESCI ha donato il Wood Badge a Papa Giovanni Paolo II, rendendolo capo onorario dell'AGESCI.

    CNGEI Nel CNGEI la formazione ha una tradizione antica e consolidata riconosciuta da WOSM e da WAGGGS ed è rivolta a tutti i ruoli presenti nell'associazione. Nel tempo si è evoluta, pur mantenendosi fedele alle tradizioni del Campo Gilwell, per essere accessibile (a livello di tempo e vicinanza alla sede) al maggior numero di Capi e Dirigenti. Dal 2006 il Settore Formazione ha avviato una riforma che prevede la "modularizzazione" dell'iter, per permettere di proseguire il proprio cammino formativo anche a chi non avesse la disponibilità di un'intera settimana per il Campo Scuola. La formazione di un Adulto come educatore diretto (Capo) o educatore indiretto (Dirigente) prevede queste fasi:
    Campo Scuola di Primo Livello (CPL): ora suddivisibile in Modulo Base e Modulo Vice Capo Unità o Modulo Senior mira a dare le conoscenze generali dell'associazione, del metodo e delle caratteristiche dei ragazzi.
    Terminato con successo il CPL il partecipante deve redigere un Progetto Personale in cui dimostri la capacità di programmare un'attività educativa.
    Terminata questa prima fase l'allievo riceve la "Testa di Moro".
    Campo Scuola di Secondo Livello (CSL): a sua volta suddiviso in moduli specifici a seconda del ruolo che si va a ricoprire (Capo Branco, Capo Reparto, Capo Gruppo, Commissario di Sezione ecc...) mira a dare conoscenze su strumenti specifici di metodo, coordinamento di adulti, risoluzione di conflitti, problem solving....
    Redazione di un secondo Progetto Personale, che a differenza del primo va anche realizzato e verificato.
    Terminata questa seconda fase, l'adulto CNGEI riceve i Tizzoni, il foulard Gilwell ed il brevetto.

    FederScout La Formazione Capi nella Federazione del Movimento Scout Italiano è basata su due livelli e segue il sistema sperimentato a Gilwell Park. Tutte le Associazioni aderenti alla FederScout hanno la formazione capi in comune e demandata alla Federazione, esclusi i corsi Basali pre Scuola Federale obbligatori e di pertinenza associativa. Una nuova struttura dei corsi di formazione è entrata in vigore dall' Agosto 2007.
    Il Corso di 1° Tempo, (Preliminary Training Course -PTC-), organizzato come specifico per ogni branca, durante 7-9 giorni affronta le tematiche relative, facendo immedesimare gli allievi nei bambini e ragazzi di cui dovranno essere responsabili. In questa fase viene approfondito il "come" viene svolta l' attività nella singola branca. Una volta giudicata positivamente la parte al campo, ed approvata la conoscenza della parte teorica, incentrata sulla analisi approfondita del testo di riferimento di B-P, gli allievi come insegna ricevono la "Testa di Moro" e possono partecipare al corso di 2° Tempo.
    Il Corso di 2° Tempo dura anch'esso una settimana abbondante. È interbranca ed affronta a livello pedagogico il "perché" le attività vanno organizzate in quel particolare modo. Il Corso si supera, oltre al giudizio positivo della parte al campo, dopo aver messo in atto e verificato un progetto, di valenza non solamente teorica nell'ambito del Metodo, nel corso di un anno di servizio nella branca prescelta. In questo periodo si è seguiti da un "Tutor", che è un capo brevettato ed in servizio, della propria o di un'altra Associazione. Al termine si consegue il brevetto di "Beaver, Cub, Scout o Rover Master", a seconda della Branca, e come insegna si ricevono Tizzoni (Wood Badge) e Fazzolettone Gilwell.
    Solo per chi si dedicherà alla Formazione sono previsti altri due livelli che si raggiungono dopo aver seguito gli iter previsti ed i relativi Corsi.Più esattamente il livello di Assistant Leader Trainer -A.L.T.- , che ha come insegna i tre tizzoni, ed il livello di Leader Trainer (L.T.) che ha come insegna i 4 tizzoni.

    FSE - Scouts d'Europa Nell'Associazione Italiana Guide e Scouts d'Europa Cattolici la preparazione e formazione del Capo si attua attraverso un iter articolato in tre periodi: formazione di 1° tempo, formazione di 2° tempo, formazione di 3° tempo (o permanente).. Formazione di 1° tempo: Il suo scopo è di formare gli Aiuto Capi e di porre le basi perché divengano validi Capi nell'Associazione. Al termine della formazione di primo tempo, si può ottenere il brevetto di Aiuto Capo per la Branca prescelta. L'Aiuto Capo brevettato porta il ferma-fazzoletto in cuoio con nodo a testa di turco, da indossare sul fazzoletto di Gruppo.

    Formazione di 2° tempo: il suo scopo è di formare i Capi Unità dell'Associazione, completando il lavoro formativo iniziato con il 1° tempo, approfondendo maggiormente i vari temi ed offrendo un'apertura ai più vasti problemi connessi con l'azione del Capo-educatore.
    Al termine della formazione di secondo tempo, si può ottenere il brevetto di Capo per la Branca prescelta dopo la preparazione di una tesina (metodologica e non) maturata in seguito al Campo scuola effettuato e superato ed un periodo di tirocinio nel quale il futuro capo brevettato mette in pratica quanto appreso.
    Il Capo brevettato porta le insegne Wood Badge nella variante FSE.
    Formazione di 3° tempo: questo momento di formazione non ha un iter ed un termine precisi come i due precedenti perché è affidato direttamente alla sensibilità del Capo; questi dovrà avere una cura costante per la sua formazione spirituale, per la sua sistemazione sociale e per il suo arricchimento metodologico.

    ASCI La formazione capi dell'ASCI prevedeva due campi di formazione (detti Primo Tempo e Secondo Tempo). Dopo questi campi il capo doveva stendere una tesina su un argomento del metodo.
    Solo una piccola percentuale di capi dell'ASCI completava la formazione (molti nemmeno la iniziavano, in quanto era possibile fare il capo unità anche senza formazione).

    AGECS (San Marino) L'AGECS segue la formazione capi dell'AGESCI, ed i suoi capi partecipano ai campi dell'AGESCI.

    Scouts Australia La formazione Gilwell in Australia segue in larga parte lo schema britannico. Tuttavia, nel 2003 l'associazione Scouts Australia ha istituito lo "Scouts Australia Institute of Training", riconosciuto dal governo australiano nell'albo dei National Vocational & Education Training (VET) Provider. I Capi australiani che conseguono il Woodbadge ottengono dunque anche un Diploma in Leadership, riconosciuto in tutta l'Australia sia dalla pubblica amministrazione che dai privati, ed è considerato una qualifica professionale. È probabilmente il primo caso in cui un iter di formazione scout viene riconosciuto anche al di fuori dello scautismo.

    BSA (USA) Il primo corso Wood Badge dei Boy Scouts of America risale al 1936. Divenne tuttavia ufficiale solo dal 1948. Inizialmente vi erano varie versioni del corso, le più popolari quella per i formatori di branca Cubs e quella per i capi di branca Scouts. All'inizio del nuovo millennio, i corsi sono stati unificati e si rivolgono ai capi di qualunque branca, non ai formatori. Prima del corso Wood Badge occorre aver seguito i corsi "Fast Start", "New Leader Essentials" e "Leader Specific Training" (quest'ultimo specifico per branche).
    Il vecchio corso Wood Badge per capi reparto era molto interessante. L'enfasi sulle squadriglie era talmente forte che spesso e volentieri l'aver fatto parte di pattuglie con lo stesso nome ma in campi diversi portava ad un fortissimo spirito di comunità fra capi che non si erano mai incontrati prima.
    Il corso veniva offerto anche in formula week end, che veniva considerata molto più efficace ma anche più impegnativa rispetto alla formula settimanale. Richiedeva infatti non solo la partecipazione a tre week end di campo, ma anche a due riunioni di pattuglia intermedie, e dei compiti a casa da svolgere organizzando attività specifiche col proprio reparto di provenienza.

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    GUIDA AI MUSEI SCOUT SU INTERNET
    di Paride Massari

    Uno dei principali tratti del "vero" collezionista è la grande discrezione, quell'aspetto un pò segreto di chi la sa lunga e poco dice: fra i più appassionati collezionisti, molti conservano gelosamente nascosta la loro collezione, altri vi si nascondono dietro.
    Il collezionista distribuisce con estrema pacatezza il privilegio di ammirare la propria collezione, ancor meno quello di toccarne gli oggetti.
    Diversamente vi sono luoghi dove la collezione, raccolta e catalogata, viene preservata e offerta ad un pubblico più vasto: i musei.
    Il museo nasce dall’esigenza di conservare e tramandare quel patrimonio storico-culturale legato ad un popolo, ad un’arte, a un mestiere o a qualsiasi altro ambito dove l’ingegno umano ha trovato la possibilità di esprimere la sua intelligenza.

    Lo scautismo, nei suoi 100 anni di storia, rappresenta a pieno titolo una di quelle attività che merita di essere documentata e raccontata. Ed è sicuramente questa la molla che in numerose organizzazioni e associazioni scout nazionali ha fatto nascere l’esigenza di costituire un museo scout.

    Nel nostro Paese esistono poche e piccole esperienza di questo genere, spesso legate ad iniziative di collezionisti privati (sono frequenti coloro che pubblicano sul web fotografie delle proprie collezioni private). Molto più diffusi sono invece i Centri Studi e Documentazione Scout che si pongono l’obiettivo di raccogliere e catalogare materiale documentale (per lo più cartaceo), bibliografico o fotografico sulla storia di una organizzazione scout nazionale - regionale - locale, o legate a figure storiche di rilievo.
    Tra queste realtà non si può non accennare al Centro Documentazione dell’Agesci che conserva il patrimonio storico legato alla nascita e allo sviluppo dell’ASCI, dell’AGI e dell’AGESCI (http://cda.agesci.org - http://www.agesci.org/settori/documentazione). Per il valore storico che il Centro Documentazione preserva, nel 1999 la Sovrintendenza ai Beni Archivistici del Lazio ha dichiarato l'Archivio Agesci di notevole interesse storico, riconoscendo l'importanza della memoria della storia dello scautismo in Italia.
    La particolarità che caratterizza l’attività del Centro Documentazione Agesci, a differenza di tutti gli altri, è che il materiale viene reso consultabile in Internet, attraverso delle pagine web appositamente dedicate, rendendo così possibile una diffusione a tutti i livelli del patrimonio storico che l’Archivio conserva.

    Va comunque sottolineato come i Centri Studi e Documentazione, non possono essere considerati musei in quanto non raccolgono e documentano reperti.

    Internet ci viene comunque in aiuto, perché ci da la possibilità di raggiungere e visitare, suppur virtualmente, quelle realtà museali che raccontano la storia dello scautismo nel mondo.
    E’ però bene precisare che i siti web di cui ci occupiamo, non rappresentano ciò che può essere definito “museo virtuale” in quanto si limitano a presentare la struttura museale e i servizi che il museo propone ai suoi visitatori (informazioni e accesso, cataloghi, piante, photogallery, contestualizzazione dei reperti), e mancano di quei requisiti di multimedialità, interattività, multisensorialità, multidimensionalità, accessibilità e interscambio che caratterizzano un vero e proprio museo virtuale.

    Iniziamo dunque questo tour virtuale alla conoscenza dei musei scout nel mondo che hanno anche una presenza sul web, consapevoli che questa guida non può essere esaustiva, ma illustrativa di alcune realtà nazionali.

    • “NATIONAL SCOUTING MUSEUM” (USA)
    Museo ufficiale dei Boy Scout of America
    http://www.bsamuseum.org/
    Il sito del museo nazionale dei BSA, propone informazioni per i visitatori, news su programmi ed eventi, e dei tour virtuali alla conoscenza delle aree e delle sezioni del museo.
    “National Scouting Museum
    Boy Scouts of America”, S505
    1329 West Walnut Hill Lane
    Irving, TX 75038
    800-303-3047
    972-580-2100
    e-mail: nsmuseum@netbsa.org

    • “INTERNATIONAL SCOUTING MUSEUM” (USA)
    Museo scout internazionale di Las Vegas
    http://www.boyscoutmuseum.com/
    Questo museo americano raccoglie memorabilia scout proveniente da tutto il mondo. Il sito web illustra le sezioni in cui il museo è suddiviso con photogallery illustrative.
    “International Scouting Museum”
    2915 W. Charleston Blvd.
    Las Vegas, Nevada 89102
    (702) 878-SCOUT

    • "SCOUTS EN GIDSEN MUSEUM / MUSEE DU SCOUTISME ET GUIDISME" (BELGIO)
    http://www.scoutsmuseum.be
    Lo “Scout & Guide Museum” di Leuven, è il ben noto museo collegato all’annuale incontro europeo dei collezionisti scout. Il suo sito racconta la storia del museo ed offre tutti i riferimenti e le informazioni per raggiungerlo e visitarlo. E’ inutile dire che rappresenta il punto di riferimento sul web per l’incontro europeo dei collezionisti.
    "Musee Du Scoutisme Et Guidisme"
    Sint-Geertrui Abdij 5,
    B-3000 Leuven

    • “INTERNATIONAL SCOUTING MUSEUM” (BELGIO)
    http://www.scoutspremiere.org/_arlon2.htm
    In Belgio un’altro museo scout, ad Arlon, ha la caratteristica di presentare delle ricostruzioni di vita scout, una maniera singolare di presentare cimeli e momorabilia. Il sito web dà tutte le informazioni per raggiungerlo e visitarlo ed informa di alcuni eventi organizzati.
    Musée International du Scoutisme
    Rue du Maitrank, 49
    B-6700 BONNERT (Arlon) Belgique

    • “BELLEVILLE SCOUT-GUIDE MUSEUM” (CANADA)
    http://www3.sympatico.ca/pandj/
    Il museo presenta un’ampia collezione di memorabilia scout completata da una biblioteca storica. Da segnalare la ricostruzione dello studio di Baden-Powell a Pax Hill. Il sito web invece illustra la storia del museo con tutte le basilari informazioni per visitarlo.
    Belleville Scout-Guide Museum
    350 Dundas Street West
    Belleville, Ontario, Canada K8P 1B2

    • “MUSEO SCOUT “BADEN POWELL”
    http://www.museobadenpowell.com.ar/
    E’ questo un museo argentino, ben presente anche sul web. Seppur questa presenza non basta, il museo di Cordoba si avvina abbastanza alla definizione di “museo virtuale”,. Infatto il sito offre una buona photogallery, di quanto il visitatore potrà vedere in Argentina e anche degli originali e interessanti contributi audio.
    Museo Scout “Baden Powell”
    Los Chañaritos 1475
    2400 San Francisco
    Cordoba - Argentina

    • “MUSEO SCOUT VIRTUAL” – Circulo de Coleccionistas Scouts de Mexico
    http://www.circuloscout.com.mx/museo/museo.htm - http://www.circuloscout.com.mx
    L’impegno del Club dei Collezionisti scout del Messico nel realizzare questo museo scout virtuale, è stato quello di ordinare per categorie immagini fotografiche di varie tipologie di memorabile legate alla storia dello scautismo in Messico. Seppur lontano dall’essere un museo vituale vero e proprio, è da evidenziare che questa esperienza nasce proprio da un Club di collezionisti scout.

    • “GIRL SCOUT MUSEUM” (USA)
    http://www.girlscouts.org/who_we_are/history/museum/
    Tutto al femminile questo museo scout, girl scout per l’esattezza, dell’Associazione femminile americana. Il museo ha sede a New York ed è ricchissimo di memorabilia, uniformi e libri. Il suo sito web dà tutte le informazioni necessarie ai visitatori. In più offre un tour virtuale ragionato e commentato. La presentazione del museo su Internet rientra nelle pagine web dell’Associazione, che cosi’ si completa di informazioni storiche di un certo interesse. Nel complesso questo sito web presenta carratteristiche di “museo virtuale”.
    “The National Historic Preservation Center”
    420 Fifth Ave.
    New York, N.Y.
    (212) 852-8622

    • “NORMAN ROCKWELL MUSEUM” - Massachusetts (USA)
    http://www.nrm.org/
    Il “Norman Rockwell Museum” nel Massachusetts, è un bellissimo museo dedicato interamente alla figura del noto illustratore americano. In questo museo non viene mai presentata l’opera di Rockwell come disegnatore scout. Ciononostante va segnalato sia per la memoria che il museo offre di questo grande “amico” degli scout, e sia perchè il suo sito web è particolarmente ben fatto, accessibile, ricco di informazioni, storia, eventi ed altri utilissimi contributi. Una bellissima funzione di slideshow permette di visionare le opere del disegnatore nei suoi particolari.
    “Norman Rockwell Museum”
    9 Glendale Road, Route 183
    Stockbridge, Massachusetts
    01262 413.298.4100

    • “NORMAN ROCKWELL MUSEUM” – Vermount (USA)
    http://www.normanrockwellvt.com/
    Tutto ruota attorno alla figura di Norman Rockwell, nella sua veste di disegnatore / illustratore dello scautismo americano, in questo museo del Vermont. Il suo sito web è ricco di informazioni circa la figura di Rockwell (biografia, opere) ed ha una infinita photogallery divisa per sezioni, ma… attenzione… il sito è tutt’altro che un museo virtuale; piuttosto sembra essere un sito di e-commerce! Meglio visitare il museo reale!
    Norman Rockwell Museum of Vermont
    654 Route 4 East
    Rutland, VT 05701
    Toll-Free 1-877-773-6095

    • “BE PREPARED” - THE STORY OF SCOUTING MUSEUM TRUST (UK)
    http://www.storyofscouting.org.uk/
    Il sito web di questo museo inglese è molto spartano ed offre essenzialmente le informazioni per raggiungerlo o per contattare la Direzione. Comunque la visita del museo sembrerebbe interessante in quanto raccoglie, cimeli appertenuti ai fondatori.
    Story of Scouting Museum
    Waddecar Scout Activity Centre
    Snape Rake Lane
    Goosnargh
    Preston
    Lancashire
    PR3 2EU
    01253 354244

    • ALTRI SITI STORICI INGLESI
    Per quanto riguarda il Regno Unito, non possiamo non citare alcuni famosi siti storici che presentano al loro interno piccoli musei o altre collezioni di memorabilia scout, che se pur di piccole dimensioni, rivestono un notevole interesse storico, in quanto raccolgono cimeli appertenuti direttamente al Fondatore.

    o A Gilwell Park nella “White House” esiste una notevole biblioteca storica, ed un piccolo museo sullo scautismo inglese con cimeli risalenti a B.P. (http://www.scouts.org.uk/nationalcentres/gilwell.html).
    o A Londra la “B.-P- House” raccoglie alcune teche con altri cimeli appertenuti direttamente a Baden Powell (http://www.scouts.org.uk/nationalcentres/bpconference.html).
    o Sempre a Londra esiste tutt’oggi “Pax Hill” la casa della famiglia di B.P.
    o Anche la sede storica della “The Scout Association”, conserva tracce del passaggio di B.-P..

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    IL COLLEZIONISTA
    di Luca Morelli
    www.collezionare.com

    La personalità del collezionista è sempre stata oggetto di curiosità e di attrazione come gli oggetti da lui collezionati. Giornalisti, scrittori, psichiatri vi hanno elucubrato lasciando aperti mille interrogativi ripresi dalla letteratura dal cinema, dalla televisione e dalla stampa. Amante dell' unicità artistica, della singolarità storica, del lusso della raffinatezza e dell'eleganza estremi che fanno la rarità e l'eccezionalità dell'oggetto, il collezionista si distingue per la sua relazione con il mondo che lo circonda.
    L'immagine che ne riceve, il modo di collocarsi in relazione al tempo e il suo approccio con l'oggetto desiderato ne caratterizzano la personalità. Uno dei principali tratti del "vero" collezionista è la grande discrezione, quell'aspetto un pò segreto di chi la sa lunga e poco dice: fra i più appassionati collezionisti, molti conservano gelosamente nascosta la loro collezione, altri vi si nascondono dietro. Il collezionista distribuisce con estrema pacatezza il privilegio di ammirare la propria collezione, ancor meno quello di toccarne gli oggetti Pretesto per evadere, per possedere, per esprimersi, per compensare, per comunicare, condividere, distrarsi, istruire o istruirsi, collezionare è un modo per essere se stessi, in un mondo assolutamente proprio e segreto. Attività compensativa positiva il collezionismo può essere una medicina, un fattore di riequilibrio, spesso rivelatrice della personalità del collezionista e della sua storia interiore. Nelle famiglie celebri il collezionismo è una malattia ereditaria, la "collectiomania".
    Da Edgar Allan Poe a Hitchcock, dalla letteratura classica al film d'essai, numerosi sono coloro che al collezionista hanno attribuito una super intelligenza capace di decifrare impossibili codici e misteriosi simboli accessibili solo a pochi privilegiati. Quali misteriosi meccanismi, quali traumi, quali frustrazioni o quali piaceri spingono questo inquietante e inquieto personaggio a mettere insieme degli oggetti perpetuando ricerca ed evoluzione conoscitiva, ancora non si sa. Che sia animato da criteri di rarità o di quantità, le qualità del collezionista non si districano da quelle degli oggetti collezionati. Se per il giovane collezionista la rarità è un veicolo di affermazione sociale, per il collezionista maturo una collezione è solo l'ultima e silenziosa conferma di se stesso, delle proprie competenze e delle proprie capacità.
    Il collezionista maturo evita di mettersi in mostra, non parla delle proprie conquiste, se ne compiace ancor meno. Giovani o anziani, a tutti i collezionisti è comune quell'ingenuo senso della "meraviglia", quell'entusiasmo' entusiasmo infantile della scoperta che ne fa accettare i lati più spigolosi o misogini. Pretesto per evadere, per possedere, per esprimersi, per compensare, per comunicare, condividere, distrarsi, istruire o istruirsi, per essere se stessi in un mondo e in un modo assolutamente segreti, una collezione è spesso rivelatrice della personalità del collezionista la cui storia è quella dell'evoluzione della società attraverso l' arte o l' artigianato.
    Collezionare è sfidare il tempo, è ridare vita alle passioni umane, ai momenti e ai movimenti artistici, sociali e storici che hanno concepito e prodotto in un lasso di tempo limitato un determinato oggetto; ogni oggetto è, infatti, "vittima" della propria evoluzione e delle tenebre della memoria. Collezionare è ricostruire la storia dell'oggetto e comprenderne l' evoluzione. E' dunque fra l' uomo e le sue creazioni, fra evoluzione e conservazione, fra storia e memoria, che il collezionista trova il proprio ruolo di archeologo e di storico. Spesso autodidatta, il collezionista è un ricercatore puro, con una propria autonomia e con un' identità storica ben definite. Collezionare è ricercare e conservare i valori qualitativi della vita di ieri, è restituire al presente contingente il passato idealizzato e recuperare gli ideali di una perfezione artistica carica di emozioni, sentimenti, di passioni, espresse attraverso gli oggetti d' arte e gli strumenti di mestiere.
    Che si tratti di quadri del Quattrocento e del Rinascimento o di oggetti dell'arte popolare, si colleziona per ritrovare il gusto e il sapore di un' epoca ormai lontana. Nella sua "Psicologia dell'' Arte", in opposizione ai "collezionisti - ammassatori" del secolo scorso, André Malraux distinse una nuova generazione di collezionisti, quella attuale, dei "collezionisti - decoratori".
    Raramente la collezione è un fenomeno spontaneo. Il dinamismo di una collezione è nella sua evoluzione e la sua maturità coincide con la maturità del suo creatore.
    Nato come collezionismo didattico ed esotico con la scoperta dei nuovi continenti, il collezionismo di farfalle e di scarabei, paralizzati con un ago nella testa, ha assunto connotazioni particolari. Respinto come un fossile staccato dall'arte e dalla vita, a questo genere di collezionismo vengono attribuiti inquietanti significati erotici.
    Collezionista degli oggetti di un tempo, di tutti i tempi o del suo tempo, il collezionista è prima di tutto un raccoglitore di tesori del mondo e la collezione deve rispondere a quattro criteri. Prima di tutto l' oggetto da collezione deve essere testimone della propria epoca, ne deve emanare tutto lo spirito; poi deve corrispondere a un concetto di equilibrio e di "harmonia", avere in sé un' architettura che ne faccia un tutto razionale, qualsiasi sia la sua "scala". L'oggetto da collezione deve poi avere un "carattere" che gli conferisca singolarità o rarità e deve infine riflettere una certa "qualità di esecuzione", in funzione della ricchezza dei materiali impiegati o della finezza artigianale del lavoro.
    Alcuni collezionisti non sono né "ammassatori", né scientifici, né d'epoca, né di serie: amano semplicemente pochi pezzi ma di estrema e assoluta qualità. Annibale era considerato un grande amatore di bronzi antichi.
    Cesare, quando non disponeva del bottino delle città conquistate, era un ottimo acquirente di antichità. E' soprattutto durante il Rinascimento che l'amatore di oggetti antichi diventa un fenomeno di società al punto da trasformare palazzi e dimore ducali in vere caverne di Alì Babà. Si racconta che il Cardinale di San Giorgio, molto ferrato in antichità, rinviasse l' Amorino di Michelangelo che giudicava "troppo moderno". Le grandi collezioni dei Medici a Firenze o dei Gonzaga a Mantova erano esposte lungo le grandi sale concepite all' uopo.
    In Francia, della collezione si gioisce nell' intimità di una camera fuori dal passaggio famigliare, lontano da sguardi indiscreti, dove si può fare l' apologia dei propri oggetti con un pubblico scelto e competente. Nel XVII secolo, a Parigi riunivano pietre preziose o conchiglie in medaglieri, bacheche, vetrine costruite a misura. Ma solo i grandi dignitari o i re potevano pretendere al rango di Grande Collezionista. La collezione del Cardinale Mazarino si componeva di 676 quadri, di cui 30 attualmente al Louvre, di 350 statue, 411 tappezzerie e 21 cabinet in ebano incrostati d'avorio e di tartaruga. Il XVIII secolo vide allargarsi sensibilmente la cerchia degli eletti ammessi ai piaceri e ai privilegi del collezionismo.
    I primi cataloghi di oggetti da collezione rivelano quanto sia antica l' abitudine dei nostri cugini al commercio e allo scambio degli oggetti da collezione I cataloghi di vendita degli inizi del XVIII secolo non presentavano una sezione specifica per i mobili che diventarono oggetto da collezione solo a partire dal 1750 circa, quando apparirono i primi mobili "estampillé Boull" o "Meubles curieux". Alla fine del XVIII secolo anche le grandi cortigiane possono pregiarsi del titolo di Grande Collezionista.
    I cataloghi di vendita evidenziano mode e pratiche in materia di collezionismo e, soprattutto, nel succedersi dei decenni, come il collezionismo non fosse più un' esclusiva delle famiglie reali e aristocratiche. Dal diario di Mercier Lazare Duvaux, mercante e courtier, in cui sono annotate con cura tutte le transazioni eseguite per acquistare oggetti da collezione per la sua eclettica clientela, si apprende come fosse eterogenea la lista dei collezionisti suoi contemporanei. La nozione moderna di collezione nasce in Europa solo nel XIX secolo. In Inghilterra, nel 1850, è inaugurato un club di collezionisti, il Burlington Fine Arts Club, divenuto rapidamente celebre per le sue belle esposizioni e dove "conoscitori" di tutte le classi sociali vi si incontrano per discutere, in riunioni informali, delle loro ultime acquisizioni. Nasce una nuova "era" di collezionismo che dà vita a colossali fortune e anima spiriti molto intraprendenti.
    Sinonimo di certezza e di autenticità, dai Rotschild ai Camondo, ai Getty, spesso le collezioni sono indissolubili dai luoghi in cui gli oggetti si trovano; nei loro palazzi gli oggetti da collezione sono oggetto di un' accurata e calorosa messa in scena. Il vero collezionista non può essere insensibile al progetto smisurato di Paul Getty di esporre la sua collezione in una residenza straordinaria che riprendesse fedelmente i piani e l'architettura della Villa dei Papiri di Ercolano.

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    RICORDI DA HYLANDS PARK
    di Paride Massari

    Dal ventisette luglio all’otto agosto di questo anno, si è celebrato quello che dovrà essere ricordato come l’evento scout più grandioso della storia dello scautismo mondiale.
    Sui prati di Hylands Park in Inghilterra si è svolto il 21mo Jamboree mondiale scout, a testimonianza del cammino fatto dal movimento scout nei suoi cento anni di storia.

    La presenza italiana è stata particolarmente significativa, risultando numericamente il terzo contingente più numeroso al Jamboree. Ma la partecipazione italiana non è consistita solo in una forza numerica. La Federazione Italiana dello Scautismo (con Agesci e Cngei) e l’importante contributo del MASCI, ha portato in Inghilterra quello stile scout che ormai sembra non essere più il privilegio del Paese che ha dato i natali al Fondatore, o di altri Paesi che vantano una antica tradizione scout.

    Purtroppo lo stile anglosassone con cui era impostata la vita di campo, ha fatto “storcere” il naso ai più tradizionalisti. La rigidità delle regole del campo e la fermezza con cui queste venivano applicate non hanno evitato però l’utilizzo della musica rock che, pur risparmiando le cerimonie principali, imperversava a tutto volume nelle arene dei sottocampi.
    L’incontro tra diverse culture porta inevitabilmente a rendersi conto che - c’è chi vive meglio -, e - c’è chi vive peggio - di noi. Certo pero’ che alcune - cadute di stile – come i camioncini dei gelati e degli hot dog, potevano essere evitati.

    La pioggia battente, il fango e nemmeno il freddo del clima inglese (ma d’altronde B.-P. diceva che “Non esiste Jamboree senza pioggia”), non hanno fermato le attività dedicate ai ragazzi, che sono risultate di livello “mondiale”.
    La struttura già adottata nelle precendenti edizioni del Jamboree (almeno dal 1998-99 in Cile) ha presentato il “Global Development Village” (workshop gestiti da organizzazioni esterne), il “World Village” (attività culturali e tradizioni da tutto il mondo, scienze e tecniche), “Faith and Beliefs” (attività dedicate alla crescita spirituale e religiosa e all’incontro con le maggiori confessioni religiose). All’esterno del campo, invece, si sono riproposte le attività sperimentate all’EuroJamboree 2005, e quindi “Gilwell Adventure” (attività sportive e fisiche a Gilwell Park), “Splash” (attività acquatiche).
    Questa variegata proposta, ha tenuto impegnati i ragazzi partecipanti con soddisfazione, grazie anche alla grande macchina operativa del Jamboree, mossa dalle braccia e dalla volontà di circa 8.000 IST (International Service Team) provenienti da tutto il mondo, che spesso sono stati in grado di sopperire alle carenze dell’organizzazione inglese.

    Ma il momento senz’altro più significativo del programma, si è vissuto all’Alba del primo agosto, quando dagli schermi in collegamento con l’Isola di Brownsea abbiamo potuto ascoltare e vedere Peter Duncan (il Capo scout dell’associazione inglese) suonare il corno Kudu che B.-P. suonò per dare la sveglia ai suoi 20 ragazzi il primo agosto del 1907 per iniziare il grande gioco dello scautismo.
    Con la cerimonia dell’Alba e con le cerimonie di apertura e chiusura del Jamboree, si è voluto ancora una volta manifestare la presenza dello scautismo in ogni angolo del Paese, e l’unione che il Movimento riesce a creare con la stessa Promessa, recitata all’unisono in una babele di lingue, ma con le stesse parole e gli stessi ideali.

    - Importante - è stata anche la presenza del “Contingente AICOS” al Jamboree, che ha visto muoversi tra i tavoli dell’International Badger Club: Franco di Aosta, Lucio e Marco di Vicenza, Paride e Gino dall'Abruzzo, Mario di Roma, Gaetano da Messina e Luca di Verona.
    Grazie alla massiccia presenza dei visitatori, la piazza degli scambi non era sufficiente a contenere quanti desideravano portarsi a casa un ricordo che “viene da…”, creando quindi mercatini ad ogni angolo.
    E tra questi visitatori abbiamo potuto riconoscere altri volti noti alle cronache del “Pellicano Pataccaro”, che non hanno voluto mancare l’opportunità di essere al campo, almeno per un giorno.
    L’attività di “swap”, è sempre tra le più divertenti e arricchenti al Jamboree, perché non si tratta solo di scambi di distintivi e memorabilia scout, ma anche di autentici scambi culturali, ovvero l’opportunità di conoscere realtà e culture molto lontane dalle nostre.

    E in fondo lo spirito del Jamboree è proprio questo, è l’idea del Fondatore di riunire in una allegra marmellata di colori, di suoni, di lingue, tutti gli scout del pianeta per vivere ancora una volta “Un Mondo, una Promessa”! E lo spirito vive….

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